Arte e Cultura

Enrico Cavacchioli

Lo scrittore di Pozzallo
autore Daniele Cicero 02 September 2021
Enrico Cavacchioli ritratto

Un altro figlio del nostro paese, un altro di "quelli che ce l'hanno fatta", è senza dubbio Enrico Cavacchioli, "lo scrittore di Pozzallo", com'era chiamato nei suoi anni d'oro.
La sua carriera, più che alle bellissime poesie, più che al giornalismo, è legata al teatro. Tanto brillante da essere accomunato a nomi ben più noti, quali Chiarelli, Antonelli e lo stesso Pirandello

Nato a Pozzallo il 15 marzo del 1885, in una casa all'epoca situata in Piazza Mercato (suo padre, Vincenzo, era responsabile presso gli uffici del dazio locale), Cavacchioli e la sua famiglia si trasferiscono a Milano, dove compie gli studi e si avvicina agli ambienti letterari. Dapprima come giornalista, poi come poeta, pubblicando nel 1906 L'Incubo Velato, una raccolta di poesia che gli valse il premio nazionale della rivista "Poesia".

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Come ricordato da Filippo Tommaso Marinelli, suo grande estimatore, Cavacchioli fu uno dei primi poeti ad abbracciare la corrente del futurismo ma anche uno dei primi ad allontanarsene progressivamente. Pochi anni dopo seguirono altre raccolte, Le ranocchie turchine del 1909 (un modo carino per dire che non cantano solo gli usignoli) e Cavalcando il sole del 1914.

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Le prime poesie devono molto allo stile di D'Annunzio mentre le seguenti hanno toni più cupi e vengono inquadrati come "poesia crepuscolare".
Eccone un esempio, tratta dalla sua ultima raccolta:
La porta delle lupanare


"Malinconiche nostalgie di serenate, che salgono
i viottoli della città come il profumo del caprifoglio:
a fiotti scampanella il richiamo fresco dei gelsomini
che zampillano da una inferriata spinosa,
e l'ululato di un cane vagabondo accompagna la chitarra.
Conosco le creature che vorrebbero morire
in una sosta del canto, quando si cercano gli accordi.
Dalle finestre aperte,
ascoltano palpitare la propria insonnia
come se avessero il cuore vivo nel palmo della mano,
e quando il canto lontano
oscilla come il nido sul ramo frustato dal vento,
si che la voce sembra cambiarsi in un singhiozzo,
s'abbatton con la bocca sul guancial troppo bianco!
Che cosa vorrebbero dire le labbra troppo rosse
in quel profumo di tisi che sale dai giardini assonnati,
tra il chioccichio delle vasche esauste e moribonde?
La chitarrata naviga il cielo come un oceano
e s'inghirlanda delle ultime stelle d'Agosto.
Che cosa vorrebbero udire da quelle bocche nascoste
che valican le nubi cantando nella luna
e si posano a tratti come tortore stanche,
le creature smarrite nel desiderio della morte?
Anche la chitarrata muore, lontana e nostalgica
come esalando un suo respiro pudico,
fra case bianche ed orti interminabili.
E mentre voi, creature che vorreste morire
nel singulto mordente degli accordi strappati,
vi abbandonate a un triste singhiozzar taciturno,
i suonatori sghignazzano, nascosti nella porta
del lupanare: che veglia nel vicolo notturno."
 

Per quanto riguarda la commedia (così come la poca narrativa del suo repertorio), Cavacchioli si allontana dal Verismo che aveva contraddistinto suoi celebri compatrioti, Verga su tutti, e si avvicina più alla corrente di pensiero europea del simbolismo: voleva indagare più sui sentimenti e sulla trama stessa che sui singoli personaggi e sulla critica delle classi sociali.

Ecco perché La campana d'argento (1913), L'uccello del paradiso (1919), La danza del ventre (1921), Allegoria della primavera (1923), L'oasi (1935), Le stelle del pozzo (1943) sono permeati da un'aura illusoria e dominati da una cornice grottesca. Le messinscene tratte da questi sono stati acclamati da pubblico e critica, seppur non sono mancati chi li ha pubblicamente disprezzati, anche in pubblico, scatenando chiassosi diverbi.

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Critica di cui Cavacchioli stesso si è occupato per altri autori presso il quotidiano "Il Secolo", una delle tante testate per cui ricoprì ruoli di spicco, tra cui "La Stampa", in veste di capo redattore a Torino, "Il Mondo" e "la Gazzetta di Parma", per questi ultimi due come direttore.

A Cavacchioli va riconosciuto il coraggio di essersi allontanato dalle correnti principali del proprio paese natio (di cui comunque, ricordiamolo, è stato sempre orgoglioso) e di aver spaziato verso orizzonti sperimentali, senza mai soffermarsi su un unico stile.

Allo scrittore, morto a Milano nel 1954, è intitolata una parallela di via Scaro. 

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