Storia e Territorio

Lo stabilimento della stazione

Nozioni storiche sulla Distilleria Giuffrida
autore Daniele Cicero 15 May 2021
Stabilimento distilleria Giuffrida Pozzallo

Il perchè Francesco e Pietro Giuffrida scelsero di edificare, in data non meglio definita, la fabbrica dove si trova oggi da circa un secolo, non dovrebbe sorprendere nessuno: una posizione strategica, ai tempi lontano dalla città e contornata da carrubeti, ad un passo dalla stazione ferroviaria, che facilitava le operazioni di import-export, come potremmo definirle oggi.

I due fratelli catanesi, il cui cognome è ancora oggi legato all'industria di liquori, costruirono un edificio imponente, fatto di magazzini altissimi e capienti, garage, vasche enormi, una torre in cemento che sovrasta il profilo della città, decine di uffici che si affacciavano sulla via Mazzini (ai tempi, via della Stazione). Si distillava alcol dalle carrube, frutto da sempre al centro dell'economia siciliana, sin dai tempi degli arabi; basti pensare che il carato, l'unità di misura dell'oro e dei metalli preziosi in generale, trae il suo nome dall'arabo "qirat", che si riferiva al seme della carruba, usato come massa di comparazione con l'oro.

Immagine rimossa.

La produzione, iniziata approssimativamente al termine della Grande Guerra, era guidata da un rappresentante della ditta, tale Alfio Nicolosi, e offriva lavoro a più di trecento operai. Il lavoro si svolgeva durante le ore di luce, dall'alba al tramonto, e i dati sindacali dell'epoca individuano un salario minimo e insufficiente. Ma in quegli anni turbolenti, minacciati dall'avvento della Seconda Guerra Mondiale, lavorare corrispondeva ad un vero e proprio miracolo.

Miracolo che durò fino alla fine del 1949, giorni di ferro per qualsiasi cittadino italiano, ma anche per qualsiasi imprenditore, dato che si stava ritornando alla normalità, dopo sei anni di bombardamenti e crudeltà taciute, e non era per niente semplice. La crisi dell'alcol, nata qualche anno prima, fu una mazzata per i fratelli Giuffrida che, in concomitanza con le feste natalizie, e con la scusa di una messa a punto degli impianti, licenziarono duecentotrenta operai. Avrebbero dovuto essere molti di più ma i sindacati si batterono strenuamente contro il duo catanese e, oltre i 20 rimasti a conseguire quel poco lavoro, ne furono reintegrati altri 42.

Non durò molto, purtroppo. I Giuffrida si appellarono alle leggi dell'epoca, volte a tutelare più gli imprenditori che i lavoratori, e ottennero la chiusura definitiva dell'impianto, nonostante gli sforzi e le battaglie della Camera di Commercio e della Cgil.

Immagine rimossa.

Lo stabilimento rimase alla mercè di vandali e agenti atmosferici per più di trent'anni, prima che qualcosa muovesse le acque intorno ad esso. I fratelli Spadaro di Ispica acquistarono l'enorme lotto di 80.000 metri quadri con l'intento di trasformarlo in un lussuoso residence (un'occasione unica, vista la vocazione turistica della città). E qui ebbe luogo un altro scontro, con la giunta comunale dell'epoca che, intuendo il potenziale del progetto, cercò di trarre dalla trattativa quanto più profitto. Tirando troppo la corda, come si suol dire, al punto che i fratelli Spadaro abbandonarono ogni intenzione. Col cambio della giunta e del sindaco, cercarono di riottenere i propri diritti ma nel frattempo la Sovrintendenza ai beni culturali di Ragusa aveva posto un vincolo sull'edificio, inquadrandolo come "archeologia industriale".

Ci siete mai entrati?
Io sì, da ragazzino, quando vi si poteva accedere dal muro ceduto di fronte la stazione, per curiosità - e per cercare una fantomatica scimmia liberata lì dentro, leggenda metropolitana dei primi anni 2000.

Mi sentivo piccolo in confronto agli edifici e alla vastità del territorio. Ricordo nitidamente i magazzini invasi dai piccioni, oggetti e scartoffie di altri tempi, un senso di abbandono e inquietudine unici, come se quel posto avesse ancora qualcosa da raccontare. Molte aree non erano più accessibili, altre pericolose (come pozzi di catrame) erano al contrario facilmente raggiungibili e altrettanto pericolose; ho avuto la fortuna di osservare la cimineria in cemento da sotto, uno spettacolo impresso a fuoco nella mia mente.

Immagine rimossa.

Oggi, lo stabilimento Giuffrida è totalmente recintato ed è impossibile accedervi: pochi anni fa, dei crolli avevano costretto l'ufficio tecnico comunale a chiudere persino l'accesso a quel tratto di via Mazzini, oggi riaperto, dopo le opportune verifiche.

Quale sarà il futuro della fabbrica dismessa? Vi si potrà accedere un giorno, con le dovute precauzioni, a mo' di museo a cielo aperto? A me sembra l'unica scelta possibile, senza nemmeno contemplare l'idea di una demolizione totale.

Per qualsiasi inesattezza storica, per qualsiasi suggerimento o implemento all'articolo, l'autore e il sito restano a vostra completa disposizione. Contattateci attraverso la nostra Pagina Facebook.